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18 set 2009

where's baluddu?

Qualcuno ha notizie di Baluddu?!?

18 mar 2009

Coppini a catena



Rieccola, la primavera. Più bella di come me la ricordavo. Colori da cartone animato giapponese e un calore quasi umano nell'aria. 18° gradi per strappare un sorriso anche a tutti quelli che "con il freddo ci si può coprire, al caldo non c'è rimedio". In giro è un tripudio di motorini: molti fanno un fumo pazzesco. Anche per loro è stata dura passare l'inverno chiusi in garage e poi ripartire alla seconda smanettata fuoriosa. Le possibilità tornano a sembrare infinite. Non so come e neanche perché ma questa stagione apre orizzonti nuovi, impossibili fino al dominio dell'ora solare. Milano torna a sembrarmi l'unico posto possibile in cui vivere. I rimpianti li avrei lasciati per gli anni a venire: la proposta di andare in America a studiare, per un anno, non mi sconfinfera neanche un po' soprattutto ora che è tornata la primavera. Come se a New York non esistesse la primavera! Come se la primavera fosse una dote, un patrimonio personale. E non. Un condizione inevitabile. Un arrivo necessario. A marzo avevo gà accantontonato sogni scudetto e velleità europee. Ero maturo abbastanza da trascorrere domeniche serene lontano da san Siro senza sentirmi colpevole. Già, lontano ma non troppo. Il richiamo dei Navigli, più forte di quella della giungla, mi avrebbe tenuto inchiodato alle solite benedette abitudini. Certo, c'era una promozione da guadagnare ma togliere gli esami a settembre mi aveva tolto anche la voglia di lottare. Cosa importava, in fondo, dopo tre mesi di vacanza, tornare a scuola una settimana prima per delle lezioni supplementari? Tanto valeva lasciare al proprio destino chimica e concentrarmi sul tempo libero. Qualcuno cominciava a fare i primi progetti per le vacanze. Tre mesi di tempo, però, mi sembravano un'eternità. Quel vizio di trascinare le decisioni me lo sarei portato avanti per anni. Quel sabato mi aspettava una giornata di quelle da circoletto rosso alla Rino Tommasi. 4 ore di scuola con educazione fisica, doppio italiano con interrogazioni programmate e un simpatico capitolo del purgatorio e, per l'appunto chimica. Tutto liscio come l'olio. Una volta fuori il solito inspiegabile panino lercio al Paninone e poi kollettivo in Sabotino tanto per decidere come protestare contro la riforma della scuola. Protestare? Nessuno ne aveva voglia, l'ortica degli esami a settembre era stata tolta e tutto sommato dei tagli chi se ne fotteva... berlusca fini bossi state attenti, insieme agli oeprai ci sono gli studenti... ahahah... in compenso si sarebbe parlato del concerto dei Punkreas in Pergola, dello scandalo di un pedaggio all'ingresso del Leoncavallo e della festa in piazza Aspromonte. Poi, sarei passato da casa per una doccia veloce e mi sarei preparato a un toru de france di telefonate per decidere consa fare e con chi. Decisioni interessate sempre e comunque. Con il mio walkman da 5 kg in mano mi avvio dunque verso il manzoni. Con il solito anticipo sono al Well bar alle 7.45. Le facce sono sempre le stesse: ci sono un apio di tamarri chiaramente di fuori che fanno i grandi con due birre in bottiglie mentre cercano di attirare l'atetnzione di un gruppo di quartine in procinto di un compito in classe di greco, con il rocci in mano, le minifotocopie di Plutarco anche nelle mutande e nessuna volgia di scherzare. Mi prendo il caffè al bancone e raggiungo gli altri. A occhio e croce ci sono più o meno tutti. Il barista nuovo sta preparando i panini al prosciutto ched verrà a venderci a scuola all'intervallo. Mi siedo e sento che si sta parlando di sindacati: vi prego no, questa è una giornata, la prima di primavera, da godere sul serio. Mi distraggo immediatamente e come sempre mi metto a giocare a quella stronzata che faccio sempre di guardare le scarpe delle persone e immaginare quale faccia, età, fisico, storia si nasconda sopra di loro. Ogni volta è una sorpresa, anche se comincio ad avere qualche statistica interessante su clark, nike silver e todd's con chiodini. Ad un certo punto entra una figa un po' attempata che c'avrà trent'anni tutta in tiro e R. mi si avvicina all'orecchio e sussurra: hai visto quella? mi ha detto che sei carino... quella battuta penso che mi farà ridere per tutta la vita. e proprio mentre rido qualcuno mi apoggia una mano sulla spalla ed è un tocco sconosciuto. Non lo riconosco. Mi giro di scatto come se avessi preso la scossa. "Ciao".
Ciao? A me?
"Ciao".
È la sorella del quartino calpestato. Aiuto. Come fa a non capire che adesso sono rovinato?
Intorno a me è un tripudio di "Ciao" con tanto di voce in falsetto. Cristo. Questa ma le pagano.
"Senti, vlevo solo sapere se oggi vai al kollettivo. Io ci vengo con tre mie amiche. magari ci vediamo lì. Ora vado che sta per suonare la campanella".
"Sì". io dico sì. solo sì. Sono chiaramente rosso come il cuore di una fetta di roast beef. Lei, giustamente, non risponde neanche. Deve pensare che sia un demente. Appena si gira mi arrivano i primi coppini. "Ebbravo il nostro innamorone. Ma cosa ci fai tu alle donne? Si può sapere?". E via un'altra scarica di coppini: qualcuno arriva anche forte. Non reagisco. Per qualche strano e sbagliatissimo motivo sento di essermele meritate.
"Dai raga, andiamo".
È proprio ora di salire in classe: il rpivilegio di arrivare dopo il suono della campanella per noi grandi vale solo fino a 10 minuti di ritardo. È la regola non scritta di Gegè, il capo del popolo.

13 gen 2009

COME UN TRAMVIERE


In soli 4 giorni ero riuscito in un’impresa impossibile: copiare perfettamente il compito in classe di matematica da R. senza aver neanche letto gli esercizi, farmi bello con parenti e amici che “stavolta non ci sono cazzi, ho fatto tutto giusto”, e poi vergognarmi quando quella troia della S. mi aveva chiamato in aula professori per mostrarmi che, non solo avevo copiato, ma avevo copiato un esercizio diverso dal mio... era possibile che non lo avessi neanche letto? Che cazzo avevo nella testa? Cominciavo a convincermi che mia madre non avesse tutti i torti quando, guardandomi simulare tutti i tipi di esultanza in corridoio per una punizione all’incrocio con il pallone di spugna, scuoteva la testa sconsolata. Ero perennemente distratto e confuso ma con quel colpo di genio avevo veramente toccato il fondo: non potevo nemmeno provare a negare l’evidenza. “Non sono stato io”, Homer Simpson docet, non avrebbe funzionato. Forse però avevo ancora una possibilità: certo, umiliante, ma mai come l’alternativa di vedermi inchiodato dai miei alla scrivania con tasselli del 18. “E se partecipassi alle Olimpiadi di matematica e ottenessi un buon risultato potrebbe chiudere un occhio?”. Erano anni che la S. cercava volontari nelle classi dell’ultimo anno... una luce nei suoi occhi... “sì, però devi venire due pomeriggi alla settimana qua a scuola dove terrò un corso di logica anche per gli studenti di I e II”. Nella mia testa il vuoto assoluto: due pomeriggi sono praticamente una vita e mezza. È pazza. “Il lunedì e il mercoledì”. Almeno gli allenamenti erano salvi. Azzardo una domanda: “Sarò l’unico di terza, vero?”. Silenzio. Ghigna. Sì. “No”. “Chi altro si è fatto incastrare?”. La butto sul ridere ma rido solo io. “P. della III F”. No, il porta sfiga no. Non credo di potercela fare. “Ci sono problemi?”. Ci sono sì, cazzo. Forse è meglio un 3 e la convocazione dei genitori... quasi quasi torno sui miei passi. È difficile scegliere. “Ok, grazie”. “Bene, allora ci vediamo domani pomeriggio”. “Sì, arrivederci”. Una persona dotata di un minimo contatto con la realtà avrebbe dovuto baciarsi i gomiti per essere uscita da una situazione del genere senza le ossa rotte: per me però non è così. Il mio primo pensiero è “Magari la S. fa un incidente e tutti si dimenticano dell’accaduto”.

In un batter d’occhi domani pomeriggio diventa oggi pomeriggio. Alle 14:45, percorro il miglio verde del primo piano con la testa a penzoloni: non trovo un solo motivo per essere felice. Neanche la prospettiva serale di Inter-Ruch Chorzow mi fa credere in un mondo migliore. Non so cosa aspettarmi: M. e S. vogliono che li chiami appena ho finito perché una disgrazia del genere non è mai capitata a nessuno di loro conoscenza. Entro in classe e non guardo nessuno, cerco il primo posto libero e mi lascio crollare sotto il peso del mio zaino vuoto. Appoggio lo zaino sulla sedia di fianco a me: non voglio intorno nessuno. Devono capire subito che sono qui per errore. Tengo gli occhi bassi e penso che come atto di protesta non mi alzerò quando entra la S. Mi perdo in pensieri inutili e, con la coda dell’orecchio, sento entrare qualcuno: agendo di istinto non posso fare altro che alzarmi. Guardo verso l’entrata e vedo lei. Sono l’unico in piedi e lei mi stende con “Comodo, comodo”. Che figura di merda. Devo avere lo stesso colore dei golf dei tramvieri. Mento spudoratamente: “Non sono comodo, sto uscendo a fumarmi una paglia”. Una paglia? Ma come cazzo parlo? In tutte le situazioni di imbarazzo mi viene fuori il peggio che gli anni in Barona mi hanno insegnato, cioè la lingua. E poi che tono ho usato? Devo essere sembrato uno di quei picciotti siciliani trapiantati a little italy che negli anni 30 si guadagnavano da vivere tenendo le orecchie tese durante interminabili partite a scacchi al parco. Una cosa mi fa incazzare più delle altre: perché mi sono intimidito? Manco la conosco questa qui che viene a fare il fenomeno con me. Avrei voglia di picchiarmi. Mi appoggio al muro del corridoio con la sigaretta accesa e aspetto. Non passano due boccate che arriva di nuovo lei. Faccio finta di non vedere che sta venendo verso di me. “Ciao. Guarda che scherzavo”. “Già”. Trasudo la stessa simpatia che solitamente nutro nei confronti di Enrico Bertolino: zero totale. “Tu conosci mio fratello”. “Dici? Chi è?”. “Si chiama A., fa la IV B”. “Non mi sembra”. “Ho visto che avete parlato insieme la scorsa settimana in manifestazione mentre la folla cercava di calpestarlo”. Andiamo bene. Lei deve essere la sorella di quel coso che mi ha sfottuto: è un vizio di famiglia. “Ah, sì”. “Sei stato gentile, un altro non lo avrebbe neanche cagato”. Ma chi è questa tizia che cade dal nulla e dice ogni cosa in modo chiaro, senza giri di parole e senza lasciar intendere che potrebbe anche essere tutto il contrario? Chi le ha chiesto niente? Non mi sento a mio agio. Perché non complica un po’ le cose?

11 nov 2008

BANANA CHIQUITA


Al mio primo lettore...

Ce l’eravamo cavata con una risata. Ma non c’era davvero un cazzo da ridere. Tutto quel tempo, tutti quei pensieri, tutte quelle emozioni in un attimo erano andate a farsi fottere. Io non volevo baciarla. Non in quel momento. Non in quel modo. E nonostante non ci fosse un solo motivo valido per non farlo, per togliermi quel pensiero che aveva occupato la mia testa durante quei mesi indimenticabili, per capire una volta per tutte dove stavamo andando, ero convinto che tirarmi indietro fosse la scelta giusta. Ero, innocentemente, spontaneamente lontano anni luce da quell’atteggiamento che anni dopo avrei capito essere vincente: quello, per intendersi, che fare il ragazzo perbene al momento del primo bacio ti fa guadagnare punti preziosi per arrivare al dunque. Semplicemente non mi andava. Non con lei. Forse mi ero davvero convinto che noi fossimo fatti per essere due e non uno. Certo ero un coglione. Ma un coglione onesto, vagamente autolesionista, indubbiamente convinto. Così. Ora. In piena manifestazione. Urlando contro il cielo slogan ereditati dagli anni 70 su nuovi ritmi da Festivalbar, non potevo lamentarmi di niente. Neanche del fatto che lei, Maggy, dopo avermi accarezzato e abbracciato per il mio non-bacio, dopo avermi rassicurato che era proprio quello che si era aspettata da me e per questo mi voleva bene, faceva la carina con quel minorato mentale del Kollettivo Permanente Mao del Leonardo. Di cosa poteva parlare con un tipo del liceo scientifico. “Dai coglione, muoviti, sta arrivando la polizia”. D’altronde, anche il mio migliore amico amava chiamarmi con quel simpatico soprannome, “coglione”. E ancora non gli avevo detto un cazzo di lei... Potevo solo correre. Con un occhio sempre allerta sui movimenti di Maggy, comunque attento a non calpestare quel malcapitato quartino che, costretto a portare da ore lo striscione, era inciampato nei pantaloni portati bassi come Allen Iverson senza che nessuno si fosse premurato di aiutarlo a rialzarsi. Anche in democrazia vige la lege del più forte. Gli tesi una mano. Lui, in tutta risposta, mi tramortì con quella voce stridula che un giorno, è probabile, avevo avuto anche io. Lui, ridacchiante: “Lo sai che piaci alle amiche di mia sorella?”. Io, completamente rincretinito: “Chi?”. Lui, legittimamente scosso: “Come chi? Le amiche di mia sorella, e anche mia sorella, Giulia, della I B, ma se sa che te l’ho detto mi ammazza”. Io, ormai da ricovero: “Ma chi piace?”. Lui, con il latte alle ginocchia sbucciate per la caduta: “Tu, tu. Non sei mica quello della III G? Oh, fratè, ma ce la fai?”. Io, in black-out totale: “Sì. Scusa. Ciao. Devo andare”. Mentre scappo in cerca di una qualsiasi faccia conosciuta, ripenso vergognandomi come un ladro a quando le amiche della sorella, e anche la sorella di quel maledetto quartino, sapranno che ho l’elasticità mentale del facocero. Ma il danno è fatto. Mi faccio una risata. Do un coppino fortissimo a M. che si incazza, rido, raggiungo la testa del corteo e guardo orgoglioso la gente a bordo strada che impreca perché farà tardi in ufficio. La soddisfazione raggiunge però il massimo quando alzo lo sguardo e vedo gquelli che si affacciano dagli open space del centro indicandoci come fossimo delle scimmiette al circo: alzo il dito medio ma sono niente in confronto a T. che tira fuori l’immancabile banana chiquita gonfiabile.

5 nov 2008

DAIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII


All’improvviso era tutto chiaro. Fino a quel momento avevamo scherzato: le manifestazioni, le assemblee, le autogestioni. I quattro precedenti autunni tiepidi erano diventati un novembre bollente nel giro di poche settimane. La mia testa era affollata da parole nuove e immagini antiche: decreti legge, emendamenti, morti bianche; Dario Fo alla palazzina liberty, il Rivoltoso Sconosciuto contro i carroarmati di piazza Tiananmen, il subcomandante Marcos a Città del Messico. Nelle orecchie canzoni di lotta e sottile disagio, oltre a un’abbondante dose di checcazzovuoldire: un alternarsi illogico di sconosciuti gruppi ska che parlano di faticosi risvegli post-sbornia (La domenica mattina voglio stare nel mio letto necessaria un’aspirina per non diventare matto), cantautori che non dimenticano (a Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare l' America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari...) e interpreti unici ed enigmatici (Alice guarda i gatti e i gatti muoiono nel sole mentre il sole a poco a poco si avvicina). L’aria è cambiata, mi dico. Questa volta sul serio. La strada è segnata: basta imboccarla e non arrendersi alle prime inevitabili difficoltà. Anche mia madre ha smesso di fare domande cretine del tipo: fino a quando andrete avanti? Si parla di più a tavola, quando torno. Già, quando torno... perché a scuola ci ho messo davvero le tende. Anzi, la tenda, la stessa della prima incredibile vacanza in Grècia. Per le strade siamo in tanti: sminuiscono i numeri perché hanno paura di noi. Alle domande dei puntuali giornalisti a caccia di perle d’ignoranza rispondiamo con cognizione di causa e chilate di demagogia. Ma almeno non facciamo la figura di quelli che gli piove tutto addosso, basta non fare una sega. Questo è solo lo sfondo. Perché quello che succede dentro gli avvenimenti ha dimensioni che non si possono spiegare tanto facilmente. I sentimenti sono una scoperta sconvolgente. La passione per la politica, lo sport, i libri aprono scenari che hanno l’irruenza delle cascate. Ma le ragazze, gli amici, le corse in bicicletta contromano, controvento e sotto la pioggia sono lo scenario.
Ti sembra di avere il mondo in mano: la globalizzazione di chi combatte la globalizzazione. Immagazzino così tante emozioni, ogni giorno, che alla sera fatico ad addormentarmi: è una cosa che mi porterò dietro tutta la vita. Ogni persona che conosco ha un nome, un cognome, almeno un soprannome. Io, poi, ho Maggy, che da quando è cominciato il bordello ha cambiato faccia. La vedo che è incazzata. Si porta dietro insicurezze sue, è ovvio, ma il suo sguardo di sfida mi ubriaca. E quando dovrei perdere la pazienza mi calmo perché è tornando a cercarla che il puzzle si ricompone. Ci dicono che siamo una coppia strana: la verità è che non siamo una coppia. Non lo siamo mai stati. C’è stato un tempo in cui non ci pensavo, uno in cui fingevo che non mi interessasse e un altro in cui avevo scoperto l’esistenza delle altre ragazze non solo come una presenza incidentale. Per Maggy, più o meno, le cose erano andate nello stesso modo solo che lei non aveva mai finto che non le interessasse, perché non le ero davvero mai interessato. Almeno in quel senso... Almeno in quel mondo... Almeno fino a quando mi aveva guardato in faccia per farmi baciare. Così, dal nulla, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Non era naturale no, cazzo. “Voglio baciarti”, aveva detto lei. E io? E io non sapevo cosa fare nonostante ci avessi pensato ininterrottamente per mesi. Perché a me? Perché adesso? Non poteva lanciarmi dei segnali prima? Non poteva scrivermi qualcosa, invitarmi a un cinema, fare allusioni? Non poteva, era evidente. E l’avevo scoperto in quell’istante. Con i silenzi me l’ero sempre cavata a cazzo di cane: non potevo giocarmi male anche quello. Dovevo assolutamente concentrarmi ma non avevo tempo per capire. La guardavo, guardavo le sua labbra mentre si mordevano in attesa che facessi qualcosa. In attesa che dicessi, quanto meno, la solita cosa sbagliata, la mia immancabile battuta cretina. Ce la potevamo davvero cavare con una risata?

11 ott 2007

ABRIL DE VICTORIAS



Mangiavo i sassi e non stavo male. Bevevo la benzina e non stavo male.
Quel decerebrato animaletto con la coda di Tommi mi lasciava con un discorso a metà e mi giocavo quattro etti di fegato (gli ultimi) e una sacca di bile. Funzionava così.
Tommi finalmente aveva sciolto le riserve. Ed era una cazzata. Come sempre. Una di quelle che ti viene da dire “Nella testa devi avere solo della merda fritta per giocare a fare l’agente segreto con me”.
Mi ero aspettato di tutto. Che Maggy avesse limonato con uno del Leonardo. Che Maggy avesse limonato con uno del Berchet. Che Maggy avesse limonato con uno dell’Itis di Paderno Dugnano. Che Maggy... avesse limonato. Punto. Il pensiero che Maggy, in effetti, fosse tutto non mi aveva mai sfiorato tanto concretamente...
E invece no. Alla riunione del Kollettivo che avevo saltato il pomeriggio precedente si era parlato di far partire una bella agitazione già dai primi giorni di ottobre e non il canonico ponte dei morti perché, parole sue, “la protesta non ha padroni: in piazza bisogna scendere quando c’è bisogno e non solo alle feste comandate”. Era evidente che il viaggio estivo con i suoi genitori a Cuba in alberghi 4 stelle all inclusive ma con la biografia di Che Guevara rigorosamente nello zaino (e lì sarebbe rimasta per altri due anni) gli aveva annullato le sue già limitate capacità intellettive.
Non ero pronto al peggio e comunque l’avevo scampato.
La mia giornata però non finiva lì, stravaccato al Well Bar ad ascoltare Tommi evocare tutte le scritte sui muri dell’Avana da Abril de victorias ad Adelante siempre. Peccato. Aveva il dono di spegnermi il cervello, soprattutto quando attaccava con la storia delle ragazze cubane “belle da paura con degli sguardi profondi e orgogliosi che ti graffiano” e dei depravati stranieri. La sua malattia, al momento, era davvero incurabile: i 16 anni non passano da un anno con l’altro. Lo stavo sperimentando sulla mia pelle. Ma addirittura non fare l’abbonamento al Milan perché Berlusconi era sceso in politica mi sembrava troppo. In fondo io tifavo per una squadra la cui first lady era nelle liste dei Verdi e il marito, che mi comprava ogni estate utopie dalle ginocchia di porcellana, illusioni dai cuori di zucca e bomber di razza ovina, alimentando regolarmente le mie frustrazioni, campava alla grande sul petrolio... eppure l’abbonamento non avrei mai smesso di farlo. Anche a costo di non mettere mai più piede a San Siro. La mia avrebbe anche potuto diventare una sorta di adozione a distanza, èer scaramanzia, forse, ma l’idea che l’Inter vincesse qualcosa senza di me mi risultava francamente insopportabile.
Nella mia lista delle cose da fare c’erano ancora 6 fottutissime pagine di chimica e una capitolo di Dante. Oltre, è ovvio, all’incontro con Maggy...

14 set 2007

UNA CIFRA DI COSE NELLA TESTA






Ore 15. Mi alzo sul sellino per evitare che il pavè di via De Amicis mi frantumi i maroni. Sono effettivamente un po’ confuso. Ho provato a mettere insieme i pezzi e francamente non vedo niente di buono all’orizzonte. Qualcosa mi puzza e per una volta non sono né le ascelle né i piedi: ho fatto una doccia tattica oltre che doverosa proprio prima di uscire. L’aria è tiepida, tipica di quelle mezze stagioni che non esistono più neanche per i proverbi.
In giro è un tripudio di ragazzi: è un incrocio tra la primavera e l’estate. Praticamente l’autunno. Abbronzature invidiabili o pallori comunque studiatissimi. Accenni di barba e ingellate da pazzi. Tenute da competizione per l’elezione a Miss Muretto provate per ore o “minchia oh, mi sono messo le prime cose ho trovato” provate per ore.
Le mie preferite. Come insegna il vecchio caro Luca sono quelle con una cifra di cose nei capelli: matite, bastoncini, mollette, calzascarpe... che, guarda caso. Sono le stesse che usano borse da Mary Poppins piene di pane, amore, fantasia e chilate di fazzoletti. Le stesse che usano sciarpe coloratissime in ogni stagione dell’anno, anche con 40 gradi all’ombra non perché faccia figo, no no, ma perché “ho sempre mal di gola, sto fumando una cifra”. Le stesse che quando mettono una gonna stanno benissimo ma se ne vergognano e forse non le metteranno mai. Le stesse che ti guardano con lo sguardo da cerbiatto e tu, quello sguardo, quando non è rivolto a te, lo riconosci benissimo e sai che può voler dire una cosa sola... quando toccherà a me?
Le stesse che non hanno paura di bagnarsi sotto la pioggia.
Le stesse che hanno sempre fame e non ingrassano di un etto.
Le stesse che si entusiasmano quando c’è da ballare la musica revival, lo ska “ma non più di due canzoni che alla fine è tutto uguale” e anche un po’ di commerciale che fa sempre bene ma poi, nelle loro stanzette, ascoltano fino alla nausea De André, Guccini e De Gregori “che forse è il mio preferito ma i suoi concerti fanno cagare”. Le stesse che sanno ridere di gusto per una persona che inciampa e che un istante dopo sono in grado di diventare tristi e tu chiedi se si sentono in colpa per aver riso. Le stesse che hanno l’orlo dei pantaloni sempre consumato e non hanno bisogno di compagnia quando vanno in bagno.
Quando a Milano si respira quest’aria, c’è il rischio di innamorarsi anche dei lampioni. Per questo. Se qualcosa va storto in queste giornate la terra ti trema sotto i piedi. Pericolosamente.

Interrogazioni




“Oh, Baluddu, devo parlarti”. È Tommi.
Ma che cazzo ha oggi il mondo contro di me? Tutti che mi devono chiedere qualcosa a partire da quella troia di Storia che, alla prima ora, chissà cosa cazzo le è saltato in mente, ha deciso di interrogarmi dicendomi pure “Baluddu, chennepensi?, facciamo due chiacchiere su vassalli e valvassori?”.
“Prof, oggi c’è anche il compito di matematica”.
“Potevi giustificarti”.
“Non sapevo interrogasse”.
“Ti devo mandare delle raccomandate per avvisarti?”. Lei. Compiaciuta del suo umorismo uguale da 27 anni di onorato servizio per i licei classici di Catania prima e di Milano poi.
“Cosa c’è Tommi?”.
“Adesso non posso, è troppo lunga ma ti devo dire una cosa prima che tu la venga a sapere da qualcun altro”.
“Ehi, voi due laggiù in fondo, se non volete ascoltare almeno cercate di non disturbare gli altri?”. Minchia, anche quella di matematica ci si mette? Giornataccia.
“Tommi, ma si può sapere perché fai tutti questi misteri?”.
“Shhh. Te lo dico dopo, fidati, è meglio”.
Fanculo. Non mi fido. Ha lo sguardo tipico di quando c’è qualcosa di grosso sotto. Il punto è che non riesco neanche a farmi una vaga idea di quello che potrebbe volermi dire.
Decido di mollare il colpo e tornare a concentrarmi. Sui cazzi miei. Provo a ignorare Tommi. Che però. Con la coda dell’occhio. Vedo che mi butta addosso occhiate interlocutorie. Quasi interrogative. Anche lui?

13 set 2007

SCENT OF WOMAN






Mi aveva colto alle spalle mettendomi le mani sugli occhi, simulando con il suo “Chi sono?” l’accento svedese di Fantozzi, e investendomi con quel maledetto profumo.
“Toni? Sei tu, Toni?”. Io.
“Daiiiiiii”. Lei
Aveva ceduto subito. Ero certo che aveva cominciato a ridere ancora prima di raggiungermi. Era fatta così.
“Beh, Toni, ti trovo cambiato”. Dovevo essere cretino a continuare con quella pantomima. Chiaramente non ero una persona lucida. A mente fredda, in altri momenti, in altri contesti, di fronte a scenette del genere avrei simulato urti di vomito e sceneggiate napoletane di disgusto. Però non era quello il caso.
“Non sono Toni, basta, ti prego. Piuttosto che dire cazzate abbracciami”.
Già, non l’avevo ancora fatto. E così l’avevo subito inglobata nascondendole la testa sotto la mia ascella come nei film carichi di eroismi improbabili in cui c’è un Lui che protegge la testa di Lei mentre scappano di corsa da una pioggia di proiettili scagliati da energumeni con il fisico di Den Harrow all’Isola dei famosi e il cervello di Den Harrow fuori dall’Isola dei famosi.
Di nuovo noi.
“Ehi, ma non dici niente?”.
“Cosa devo dire?”.
“Beh, non ci vediamo da due mesi... e poi tu di solito sei una macchina di parole. Io ho un milardo di cose da dirti ma non so da che parte cominciare. In questi giorni dobbiamo recuperare, ti devo aggiornare su tutto”.
Mi aveva detto queste cose tutte d’un fiato. E io ero sbalordito: non era da lei. Probabilmente non era lei. Eppure quel profumo...
“Ehi, sveglia! C’è qualcosa che non va”.
Istante di lucidità.
“No, scusa, hai ragione. Ho solo un po’ di mal di testa e...”
Bugia.
“E?”
“E niente, sono contento di vederti. Davvero”.
“Anche io. Adesso scappo in classe. Ti aspetto all’uscita: oggi non mi puoi dire di no, ci facciamo tutto il pomeriggio al parco. Io e te. Come ai vecchi tempi”.
“Perfetto. A dopo”.
Un vuoto cosmico nella testa come quello che mi aveva colto di fronte a Margherita l’avrei sperimentato, un paio di anni dopo, solo all’università, all’esame di... a tutti gli esami. Ma soprattutto: che cazzo voleva dire “Come ai vecchi tempi?”. C’erano dei tempi nuovi, diversi, e nessuno mi aveva avvisato... Dovevo preparmi?

11 set 2007

COME QUANDO



Come quando ero uscito da scuola, in seconda elementare, e sulla scalinata d’ingresso dell’onorata statale Renato Fucini, affacciata sulla Darsena e popolata per lo più da figli di ex galeotti, ex terremotati o ex della maestra delle III B, avevo gridato al mondo un gioioso “Mamma, ho preso rifai”.
Come quando, a 8 anni in ritiro con la squadra, gente perbene della Barona della metà degli anni 80, tra compagni che rubavano, bevevano alcolici e guardavano giornaletti porno, ero stato, io, figlio di due laureati, il solo a essere punito perché sorpreso a dormire già vestito con la divisa da allenamento, parastinchi inclusi, per guadagnare 15 minuti di sonno al mattino.
Come quando, in gita a Roma con amici che frequentavano la scuola salesiana, ero in piazza San Pietro con Giovanni Paolo II che sulla papa-mobile faceva il giro tra la folla distribuendo carezze a caso e una sarebbe toccata a me se non mi fossi scostato per fargli meglio una foto da vicino.
Come quando il Friscia, istruttore di nuoto con la dolcezza dell’allenatore della Tana delle tigri, aveva ripetutamente ringhiato il mio nome e cognome nel rimbombo della piscina Ariberto mentre ero ai blocchi di partenza emozionato per la garetta di fine anno solo per avvertirmi di indossare la cuffia. E io avevo creduto volesse incitarmi.
Come quando, in quella stessa piscina, all’età di 9 anni, davanti alle vetrate dietro le quali mamme fierissime e accalcate facevano ciao con la mano ai loro cuccioli di uomo, avevo risposto al saluto della mia prima di togliermi l’accappatoio e scoprirmi nudo.
Come quando i miei genitori avevano chiesto all’allenatore di togliermi la fascia di capitano perché durante un faticosissimo Torino-Verona contro mio fratello in cameretta, avevo buttato il pallone di spugna in pattumiera per protesta contro un rigore inesistente reclamato da Andreino per fallo di Gritti su Pacione e io manco lo avevo sfiorato.
Come quando, al grido di mio zio “parabordi fuori”, mi ero sentito Paul Cayard e avevo gettato quello di mia competenza fuori dal lato sinistro. Senza però controllare se fosse legato. E così un parabordo enorme vagava per il porto di Capri con i marinai della capitaneria che con le mani sporche di babbà sbuffavano come il commissario Winchester a bordo di un gommone inveendo contro quel bambino un po’ speciale.
Come quando avevo rotto a martellate il primo swatch della storia della swatch che oggi varrebbe sui 100 milioni di dollari per vedere come era fatto dentro o come quando avevo avuto la brillante idea di tagliare gambe e braccia dagli exogini per riattaccarli con accostamenti di colori che mi piacessero di più, e mi ero tagliato seriamente un dito al punto che la cicatrice me la porto addosso ancora adesso, e pochi giorni dopo quell’evento uscirono in commercio gli exogini con i pezzi intercambiabili.
Era così che mi sentivo adesso.
Tra di noi non c’era mai stato niente. Mai niente. Niente di quello che ci si poteva aspettare. Eppure. Nello stesso tempo. C’era stato molto di più di quello che ci si doveva aspettare. E io, che a Babbo Natale avrei felicemente creduto fino alla morte se non me lo avesse svelato mio padre in un momento di distrazione con la mitica frase della vigilia “Appena vanno a letto i bambini vado a prendere i regali in cantina”, adesso, per la prima volta, non riuscivo a togliermi dalla testa quella terribile sensazione di... inevitabile. La magia che ci permetteva di camminare uno di fianco all’altro senza vergogna, senza domande e soprattutto senza risposte anche tra gli sguardi curiosi di amici e sconosciuti forse si era spenta davvero. Persa. Come una valigia in aeroporto: tu sei lì che la aspetti e di lei, senza che tu abbia fatto niente, senza che tu possa fare niente, si sono perse le tracce.
Catastrofico come non avrei smesso di essere ero sicuro che fosse tutto finito. Che niente sarebbe stato più come prima.
Una fottuta estate maledetta. Una fottuta estate maledetta che avevo aspettato per 9 mesi tra interrogazioni e secchiate degli ultimi cinque minuti e “puff”, con un’illusione mal riuscita del mago Casanova, noi non saremmo mai più stati Baluddu e Margherita. Forse. Perché in fondo la stavo, ancora, soltanto, aspettando.

10 set 2007

SUPERFAST




Dopo il vento, i traghetti, la Grecia. Dopo i tramonti, gli zaini e la tosse. Dopo i primi bicchieri di troppo, i primi sorrisi studiatamente timidi in riva al mare, i primi sogni diversi dal calcio. Ecco. Che la scuola stava per ricominciare. 60 minuti all’ora X.
“Quand’è che ti tagli i capelli?”. Nonostante fossi tornato da più di dieci giorni a mia madre sembrava non essere ancora chiaro che ero cambiato. Che non ero più io. Che la vita era soprattutto fuori. Per Dio!, come era possibile che una donna ancora capace di intendere di volere come lei, guardandomi in faccia, non vedesse altro che un paio di forbici, un balsamo e dei ricci perfetti?
“Hai già comprato il diario?”. Nonostante fossi sveglio da 5 minuti a mia madre sembrava non essere ancora chiaro che da quel momento in poi mi sarei avvalso della facoltà di non rispondere a ogni domanda idiota sul mio futuro prossimo e anteriore.
Ore 8:30 appuntamento al Paninone. Mi vesto di corsa, infilo delle cose qualsiasi nel mio caro vecchio invicta bordeaux, affronto il corridoio e mi arrendo a un attacco di merda fulminante. Marcia indietro.
“Fai colazione e comportati bene, cerca di cominciare come si deve che l’anno rpossimo hai la maturità”. Nonostante stessi affrontando la prima difficoltà dell’anno scolastico a mia madre sembrava non essere chiaro che il rispetto timorato per il ruolo degli insegnanti l’avevo perso da tempo L’anno prossimo per me, con i miei “16 anni - 17 da compiere” era un tempo, una data neanche lontanamente immaginabile.
In fondo ero emozionato di ricominciare. Quasi contento, se esserlo veramente davanti agli Altri non mi fosse costato fischi e sberleffi. Non sapevo bene cosa aspettarmi.
Qualcuno lo avevo già rivisto. Con qualcuno avevo trascorso la mia estate meravigliosa. Di qualcuno non avevo notizie da mesi ma sarebbe stato tutto come a giugno già dal primo sguardo. Con qualcuno, invece, neanche una parola, per motivi che sfuggono a qualsiasi ragione, nonostante mi fossi ripromesso cartoline, telefonate e ospitate degne dell’Isola dei famosi in fantomatiche case al mare “che tanto c’è solo mia nonna e facciamo il cazzo che vogliamo”.
Con lei invece, da lei, invece, non sapevo cosa aspettarmi. C’eravamo sentiti, è chiaro. Ma quasi mai eravamo riusciti a creare una sintonia. E così, quasi spaventati, ci eravamo raccontati che era una questione di mancanza fisica. Non guardarci negli occhi, non abbracciarci, non fare la lotta e ridere insieme. Forse. O forse semplicemente l’equazione “io : cambiamento = lei : cambiamento” non ci avrebbe più fatto essere gli stessi. Gli stessi insieme. Amici, è ovvio, ma non di Maria De Filippi.

27 giu 2007

VIVA LA SCIARPATA





Avevo sempre creduto che lo stile fosse quello che mi aveva insegnato a suon di zoccolate il buon caro vecchio Friscia nella piscina di Conca del Naviglio. Ora, invece, mi trovavo costretto a scegliere chi essere, partendo dall’abbigliamento: pantaloni verdi militari, scarpe rigorosamente sportive, magliette girocollo, felpe senza scritte o golf enormi. Aboliti il collo a V, qualsiasi genere di mocassino e le La Coste dentro i pantaloni. Dopo una breve parentesi con il quadrante rivolto verso il basso, avevo rinunciato del tutto all’orologio. Usavo senza farmi troppe domande le calze di cotone blu e fazzoletti di stoffa in totale controtendenza con chi mendicava “Oh, un velo? Ce l’hai un velo?”.
Sulle spalle un Invicta bordeaux che a guardarlo oggi mi viene la piorrea. Nelle orecchie un walkman giapponese anche se per arrivare a scuola ci mettevo qualcosa come 5 minuti a piedi: giusto il tempo di un paio di canzoni ska. Non portavo occhiali perché avevo un invidiabile 10/10. Avevo i ricci e non mi pettinavo volutamente. Odiavo il marsupio, specie se di pelle. Mi piacevano i cappelli, ma, tranne il sombrero, mi facevano l’effetto uovo di pasqua. No a orecchini, collane e braccialetti.
Il mio indumento preferito era indubbiamente la sciarpa che doveva essere interminabile, di lana grezza, fatta a mano, non importava se da un bambino pakistano in un sottoscala di Abbiategrasso. È inspiegabile, poi, il significato di portare al collo la sua sciarpa che mi avvolgeva come se avessi dovuto partire da un istante all’altro per l’Alaska. E non importava se faceva un caldo fottuto.
La verità è che tutto quello che riguardava Margherita mi entusiasmava in un modo o nell’altro. Il punto è che nè un modo nè l’altro avevano un nome: non sarebbero stati i miei 17 anni.

26 giu 2007

MEGLIO IN B CHE IN A COSi'... O NO?



Sarà il 17 che porta sfiga. Sarà la squadra che fa schifo. Sara svegliati e primavera. Fatto sta che credo di essere giunto allo stremo delle energie da tifoso. Mentre Tommi mi carica in motorino fuori dallo stadio dopo un’impresentabile sconfitta in casa contro la Sampdoria minaccio di non fare l’abbonamento mai più. “E stavolta lo dico sul serio”. Tommi, che è incazzato come una biscia, ridacchia: “Lo ripeti ogni volta che ‘stavolta lo dico sul serio’ e non lo fai mai. Forse dovresti: magari porti sfiga”.
“Fanculo”
“Fanculo tu. Qua non è colpa di nessuno. È la cosa più semplice che abbia mai visto: facciamo cagare”.
“Hai ragione”.
Ci chiudiamo in silenzio. È difficile da spiegare ma ci teniamo davvero. Profondamente. Per noi l’Inter è una cosa importante. Le appiccichiamo colpe, paure, entusiasmi che forse non le appartengono. Che non si merita. Senza di noi non sarebbero niente. Ho il desiderio malcelato che vada tutto veramente a puttane: ma sì, cazzo, retrocediamo e chissenefotte se non potrò più sventolare la sciarpa Mai stati in B. Rientra anche questo nella logica Patrese: farsi del male con i pensieri, le mitiche seghe mentali, è un’arte. Sprecata per il calcio, che però si presta come poche altre cose. Mi immagino già a prendere il pullman diretto verso qualche località ignota “perché la squadra, sì adesso sì, ha bisogno di me”. Fiero. E felice. Di riempire il settore ospiti di stadi tenuti insieme dalla Pritt. Di saltellare sulle gradinate fatte di prosciutto cotto e lattine di fanta riciclata. Di inveire contro giocatori semisconosciuti di cui però conosco tutte le statistiche compresi dei pettegolezzi piccanti e piccati sulla vita privata e le abitudini sessuali. Non riesco a distogliere l’attenzione dall’idea che sarebbe una specie di viaggio di purificazione. Faccio della filosofia da quattromilalire ma sono ugualmente esaltato. Non ne parlo con Tommi perché lui al solo pensiero è capace di farsi venire un attacco di panico. Siamo diversi noi. Tommi è di quelli che la maglia viene prima di tutto. Io, che ero capace di difendere l’Inter anche contro l’evidenza, mi stavo evidentemente rammollendo. Stavo lentamente passando dalla parte di quelli per cui il calcio è soprattutto pelle d’oca e fanculo i ricorsi storici. Tutto scorre, panta rei: Eraclito me lo mangio a colazione.
A distanza di qualche anno avrei ringraziato la Madonna di non essere mai retrocesso portando anfore di sangue umano al santuario di Mejugorje. Tutto scorre, panta rei: ma io non me lo dimenticherò mai.
Il punto rimane che il mio umore dipende anche dai risultati. Quindi sono deluso e mi sembra di puzzare di pesce a causa della presenza di tutti i tifosi doriani a San Siro. Una sensazione veramente sgradevole.
Poi. Fermi al semaforo. Non so come. Non so perché. Un profumo, quel profumo... ed è tutta un’altra musica.

AIUTOOOOOOOOO



Ricky si è fermato a dormire da me. Lui abita lontano e domani, lunedì, dobbiamo essere a scuola presto. C’è la manifestazione per Falcone e su certe cose non si scherza. Usciamo a fumare una cannetta sul terrazzo: i miei sono fuori a cena. L’aria è pizzichina come una bottiglia di Perrier. Dalla sala da pranzo il telegiornale mi ricorda che l’Inter ha perso ancora: navighiamo in balia di una fottuta stagione nella melma del centro classifica. Sopra di noi c’è il mondo intero: siamo l’ultima delle sette sorelle ma la prima di quelle che giocano per partecipare. Ho visto scendere in campo nella stessa stagione Centofanti, Pistone, CazzoCuloFigaSenoGol, e Caio Ribeiro Decoussau . Per fortuna ho ammirato Paul Ince, il Governatore. Conquisteremo un posto in Uefa vincendo all’ultima giornata contro il Padova grazie a un gol del giovane Del Vecchio. Ho la sensazione neanche troppo vaga che sto perdendo la voglia di incazzarmi.
“Te la posso dire una cosa?”
“Spara”
“Io voglio andarmene. Non ci sto più dentro: non succede mai niente. Siamo sempre noi, sempre e solo noi e fuori c’è un mondo da scoprire. Parliamoci chiaro: Milano rispetto a Londra e Parigi è un buco di culo. Basta guardare la metropolitana: qui c’abbiamo i filobus. Capito? I filobus! Siamo lo zimbello dell’Europa”.
“Ma tu a Parigi non ci sei nemmeno mai stato”
“È vero, ma lo sanno tutti. Ho degli amici che ci hanno fatto l’Interrail la scorsa estate e, fidati che non mi hanno detto cazzate, è zeppa di ragazzi che vengono da ogni parte del mondo. E poi musica dal vivo ovunque, baguette come se piovessero e ragazze bellissime che ci stanno facile. Insomma, io li ho visti, sono tornati diversi”
“Diversi? Ricky, ma che cazzo stai dicendo? Tu sei un bollito. AIUTOOOOOOO, HO UN AMICO CHE STA DIVENTANDO PAZZOOOOOOOOOOO”.
Inizio a gridare. A ridere e gridare. E Ricky a ruota. Non riusciamo a smettere. Non smetteremo mai.
Con le lacrime agli occhi rientriamo in casa. Ci stravacchiamo sul divano e il dito va in automatico su Telepiù. C’è uno speciale da lacrime sulla tragedia di Hillsborough: vedo Ricky che ha la pelle d’oca quando la telecamera si sofferma sulla Leppings Lane deserta, con 96 candeline accese: “Per non dimenticare”.
“Cristo”
“Già. Vuoi dei biscotti?”
“Biscotti e birra: la cena del campione”
“Se vuoi facciamo una pizza”
“Così però non mi verrebbe acidità di stomaco... cacciami i Ringo e trova dello sport. Subito”.

25 giu 2007

TEARS IN HEAVEN




...
“Dai oh, qualcosa sarà pur successo?!”.
“Te lo giuro, no. Non ci siamo neanche sfiorati”.
“Ma va. Un bacio, un limone, niente di niente?”
“Mi hai rotto i coglioni, ti ho detto di no. Noi siamo amici: non siamo fatti per stare insieme. Fine delle trasmissioni”
“Ok, ok non ti incazzare. Per me però non la racconti giusta. Altrimenti sei ghei”
click

“Pronto?”
“Sono io”
“Lo so, gli spacca maroni ormai li distinguo dallo squillo”
“Ehehe. Guarda che scherzavo. Non volevo farti incazzare. È che non sembra possibile una cosa del genere. Voi uscite insieme. Parlate che vi capite solo voi. Adesso dormite pure insieme e permetti che noi si faccia fatica a immaginarlo. Ma se me lo dici tu ci credo. Ci devo credere?”
“Ricky?”
“Dimmi”
“Fottiti. F. O. T. T. I. T. I.”
“Eheheheh. Ok, sei ghei ma questo non ti impedisce questa sera di venire al concerto all’Allende”
“No, non me lo impedisce. Per che ora vai?”
“Penso per le 20:30. Passi da me e andiamo insieme?”
“No, non posso, ci vediamo lì. Devo passare dalla Marghe che è chiusa in casa in punizione: ha preso 3 in latino”
“Ahahhahah. 3 fa sempre ridere”
“Ehehe. Hai ragione. Fa sempre ridere”


“Chi è?”
“Sono io. Cosa faccio? Salgo o scendi tu?”
“No, lascia stare., scendo io che così ci smezziamo una sigaretta in cortile”
“Aspetto”
Con lei, per fortuna non dovevo mai aspettare. Riusciva a essere pronta in 4 secondi. Forse questo era il suo dono più incredibile: essere sempre pronta. Avrei dovuto dirglielo prima o poi.
Eccola.
“Ciao”
“Ciao. Come va?”
Fa sì con la testa. È un attimo. Piange.
E io che cazzo faccio? Non piango dal 1912 e vedere le sue lacrime mi manda il cervello in pappa. Ho la presenza di spirito dell’ispettore Gadget. Penso a una frase intelligente e le do voce.
“È successo qualcosa?”
Ma come devo stare? Ma che frase è? Sono cretino. È ufficiale, ha ragione mia madre, io sono cretino. A furia di pensare solo alle cazzate non riesco a tirare fuori una frase di senso compiuto.
E lei intanto non accenna a smettere. È un’alluvione. Gli occhi rossi e le il viso che trema.
Cristo santo. Cerco una via d’uscita: il pianto ha su di me lo stesso effetto dei burattini per il mio idolo Homer Simpson. “Alla tua età guardi ancora i cartoni animati?” Cazzo mamma stai zitta!
È evidente che sono in confusione. E faccio la cosa che faccio più spesso con lei. La abbraccio.
E la stringo. Piano. Ho paura di romperla per quanto la vedo fragile. Le nascondo la testa tra la spalla e il braccio. Guardo oltre. Il vuoto cosmico. È morto qualcuno? Ha scoperto di essere malata gravemente? Suo padre l’ha picchiata? O le ha detto che è stata adottata? Insomma, cosa le succede?
Mentre mi affliggo di domande mi accorgo che non sento più il suo singhiozzo. L’ho strozzata?
Mentre cerco di capire se l’ho strozzata, sento che non tira più su col naso. Oh Cristo, l’ho uccisa, proprio io?
“Ehi, grazie, scusa. Cioè scusa e grazie”
Una voce sottile proviene dalla mia spalla. Merda, adesso anche i morti si mettono a parlare. Mi decido a guardarla in faccia. La scosto da me continuando a stringerla perché mi aspetto di dover sostenere un cadavere. HA ANCHE GLI OCCHI APERTI. E rossi per di più. Il suo volto è bagnato. E la mia maglietta sembra l’asciugamano quando esco dalla doccia. Forse ho esagerato. È viva.
“Ehi?”
“Sì, eccomi”
“Beh, però hai fatto la cosa giusta”
Il dubbio di dover andare dallo psicologo diventa certezza.
“Eh sì”.
Ho chiaramente bisogno anche di un neurologo. Dalla mia bocca escono monosillabi di circostanza.
“No, davvero scusami. Non so cosa mi sia successo”
“Ma va, figurati, sono cose che succedono”. Non ho speranze: sono cose che succedono? Ho mai visto Ricky, Luca, Tommi o qualcuno degli altri piangere senza motivo? Ma soprattutto li ho mai visti piangere in un luogo che non fosse lo stadio?
Lei giustamente mi ignora.
“È che in questo periodo sono un po’ così, come spaesata. Tutti i miei punti di riferimento stanno vacillando. Meno male che ci sei tu”.
Pur senza aver colto il significato delle sue parole, all’improvviso mi sento un eroe. Provo la stessa sensazione di Super Mario Bros quando si prende il funghetto.
Forse dovrei baciarla. Forse.

22 giu 2007

BALUDDU DOVE SEI?

come è andata a finire cone la tipa della bicicletta? come ti sta andando la maturità?

19 giu 2007

I-POD



So che le citazioni sono noiose ma non potevo farne a meno...

È precisamente di quei mesi la mia teoria delle colonne sonore.
Nei film, ogni momento è contraddistinto da note che rimangono indelebili nella memoria. E così, nel polpettoni drammatici o nelle commedie sentimentali sai che piangerai. Prima. Già dalla musica. Lo stesso vale per i thriller, quando capisci dal pianoforte che sta per succedere il macello. O per le pellicole alla “arrivano i nostri” in cui tu, seduto comodamente in poltrona, senti partire tamburi e cornamuse e ti dici: “adesso a quei bastardi gli facciamo un culo che se lo ricordano”. E Mel Gibson, subito dopo ti incalza con un: “Siete venuti a combattere da uomini liberi, e uomini liberi siete: senza libertà cosa farete! Certo, chi combatte può morire, chi fugge resta vivo, almeno per un po'... Agonizzanti in un letto fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere l'occasione, solo un'altra occasione di tornare qui sul campo ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!”.
È così: se nella testa e nella pancia hai la colonna sonora giusta è più facile prendere delle decisioni corrette non dalla grappa. Se in Braveheart il guerriero scozzese William Wallace avesse avuto come sottofondo funiculì funiculà, al massimo, avrebbe organizzato uno spettacolino di marionette. E invece...
Comunque. In quei mesi. Quando dovevo prendere una decisione non avevo nessuna colonna sonora a indicarmi la via. Al massimo, ne avevo due. Diverse. Una rimbombava nella testa e l’altra nella pancia. Ascoltarle mi mandava letteralmente ai pazzi. Un istante ero deciso e inflessibile, quello dopo fragile e insicuro. Mi sarebbe bastato un sol. un si bemolle, una fa diesis per non sbagliare momento. Ma sbagliare era l'unica scoperta davvero entusiastamante.

BAISICOL


La sera di via Carducci ho sentito Milano vibrare sotto i piedi. Ha contribuito il pavè, certo, mentre riportavo Margherita a casa sulla canna di quella che rimarrà per sempre La mia bici. Ma anche i tumulti di una vita che mi capitava addosso ogni giorno. E della quale, come si fa con il maiale, non avrei mai trovato il coraggio di buttare via niente. Nemmeno le giustificazioni ai miei, in piena notte, per essere tornato a casa alle 3:52 (orario della loro sveglia) senza avvisare: sono stato rapito dagli alieni e poi un mio amico è morto ma grazie a me è resuscitato e alla festa è arrivata la polizia per sgomberare via Carducci... Non hanno creduto a niente: la polizia era arrivata sul serio ma avevano comunque ragione loro, al di là della difesa a priori a cui ho provato ad aggrapparmi giusto per il gusto di non dargliela vinta e tirare le 4:38.
E poi in fondo mi importava pochissimo: io e Margherita avevamo parlato. Investiti da camionate di parole a ruota libera. Sui massimi e sui minimi sistemi. L’Amicizia, i Sogni, il Rispetto. E ancora, l’interrogazione programmata di Chimica, la maturità l’anno successivo e “al massimo, se mi rompo apro un bar sulla spiaggia in Costarica e tanti saluti”.
Ero stanco ed entusiasta mentre rivivevo nella testa ogni scena insieme a lei. E curioso. Curioso di quello che sarebbe successo il giorno dopo, domenica, o quello dopo ancora a scuola. Cercavo di capire cosa stava succedendo: perché qualcosa stava succedendo. E invece no. O forse sì. Anzi, sicuramente sì. Anche se... ma va, oh...

13 giu 2007

CARA AMMIRATRICE






Cara ammiratrice, ti ringrazio tantissimo per le belle parole. Sei anche tu a darmi la forza ogni giorno di impugnare la mia tastiera e dare voce alla vita. Purtroppo il city sightseeing a Milano, sogno della mia vita fin da piccolo, quando con i salesiani, nelle vacanze studio a Londra, vedevo quei meravigliosi pullman rossi, costa la bellezza di 20 neuri. Ti posso però proporre una qualsiasi delle precedenti possibilità...

CI SARA' TUTTO IL TEMPO



Forse è stata quella in Carducci l’unica serata possibile per baciarci. Dopo, infatti, sarebbero arrivate le parole e le carezze. Le confidenze e i dubbi. I giochi e le incostanze. Io e Margherita saremmo stati soprattutto questo per i mesi successivi: l’uno il doppio fondo dell’altra di una valigia carica a emozioni che mi porto dietro ancora oggi che non ci vediamo più. E comunque, ne sono certo, non ci riconosceremmo più. Non è fatto né di rimpianto né di nostalgia il ricordo che mi riporta a quella sera.
Perché semplicemente è stata la classica ennesima storia alla Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Solo che quella è stata la mia.
Ma serve ordine. E ordine avrete.
Ci incontriamo. Ci salutiamo. Cominciamo a parlare in un angolo di casa De Filippis mentre intorno c’è gente che esce dalla porta blindata ridotta a saloon portando via mensole, statue e servizi di porcellana. Mentre il rumore che sale dalla strada da parte di chi non riesce a entrare è più forte delle canzoni a volume astronomico lanciate contro il cielo dallo stereo della sala da pranzo. Mentre c’è gente che gioca a biliardo e la metà delle palle “piene” rotola fuori dal tappeto verde ferendo tra le risate alcuni malcapitati. Mentre della governante che sarebbe stata licenziata si sono perse le tracce dopo un suo disperato tentativo di chiamare la polizia. Mentre della governante che ha tentato disperatamente di chiamare la polizia, ad un certo punto, si sente la voce che grida dal bagno, ma le chiavi per aprirlo sono già un cimelio legato allo zaino di Ivan il Terribile “io ti conosco massimo rispetto”.
Mentre ci sono coppie che si accoppiano in ogni dove. Mentre il reparto di superalcolici nella vetrinetta dell’800 è stato svuotato per metà sul parquet e per un’altra metà sarà disperso nei cessi di tutti i presenti con una tirata di sciacquone, nel silenzio della propria casa, “perché se i miei mi sgamano a vomitare non posso usare ancora la scusa del colpo di freddo”. Mentre ci sono ragazzi che discutono animatamente di pensioni (di pensioni???!!!). Mentre ci sono ragazze che parlano dei ragazzi che parlano animatamente di pensioni.
Noi però ce ne sbattiamo, troppo concentrati a scoprirci simili e sti cazzi se abbiamo la testa piena della figata delle diversità e degli opposti che si attraggono. Noi ci piacciamo perché abbiamo gli stessi pensieri.
La guardo sorridere da ogni angolazione possibile e vorrei che lei se ne accorgesse. Perché i suoi sorrisi diventano immediatamente i miei.
Parliamo così fitto che gli altri cominciano a sfotterci. È il momento di non mostrarsi timidi. Incrociamo gli sguardi...
Ci sarà tutto il tempo...